Era già il terzo caffè della giornata. Alle 9.30 del mattino. Un regalo per il mio cardiologo.
Alla fine uno a trent’anni pensa di poter fare tutto, anche superare il limite quotidiano di caffeina. È il tempo giusto per partire e il tempo giusto per fermarsi, per trovare un nuovo compagno di avventure o affidarsi a quelli vecchi. Lo shock dei trent’anni: così l’ha chiamato l’altra sera mio fratello. Ché lui lo vive oggi e io solo pochi mesi fa. Eravamo in quattro, i soliti quattro dai tempi delle elementari. Tradizione di famiglia, perché “gli amici sono la famiglia che ti scegli” eccetera eccetera. Insomma, eravamo come ogni anno di fronte al camino di casa mia, a fissare come ogni anno la ghirlanda di vischio che la mamma appende in alto, aspettando come ogni anno che scoccasse la mezzanotte. La mia mezzanotte. Ognuno di noi ne ha una e quella era la mia. Una mezzanotte diversa quella dei 30, ché se lo scrivi a numero fa quasi impressione, trema il molare amico dei vecchi: il dente del giudizio. Perché appena ti spunta diventi più sveglio e intelligente. E invece no. A me è spuntato poco dopo i vent’anni e ancora devo capire cosa fare della mia vita. Dicevamo, la mia mezzanotte. Partito il countdown come a Capodanno ci siamo guardati tutti negli occhi: sapevamo che quella volta era diversa dalle altre. Poteva essere l’ultima mezzanotte che avremmo passato insieme: Luca ha stabilito la sua vita al nord, come si dice al sud, e sta per avere un bambino; Lele parte, perché come lo trattieni uno che a sette anni ti dice che vuole fare l’esploratore e a trenta anche? non lo trattieni e basta; Anna vivrà il suo anno sabbatico chissà dove; e io resto. Perché ci vuole coraggio a partire, e altrettanto a restare. O almeno questo è quello che mi ripeto ogni giorno.
Per convincermi, o perché è la verità.
Io resto. Aspettando un’altra mezzanotte.