Racconto di un altro breve viaggio (al piano di sotto), a riprova che ogni sensazione che proviamo è solo una lunghissima inesauribile miccia.

Ho dei nuovi vicini. Infatti qualche mese fa nel mio palazzo si è trasferita una coppia, con un bambino. Indovina indovinello, dove ci siamo già visti? Al mio vecchio indirizzo. Il destino, il mercato immobiliare, o comunque vogliamo chiamarlo, ha deciso che questa coppia, vicina di casa anche nel palazzo in cui abitavo prima, dovesse continuare la sua opera nei miei confronti. O io nei suoi, chissà.
Allora l’altro giorno ci invitano per festeggiare la fine dei lavori.
Diego ha 3 anni, due mamme, i capelli biondi e per l’occasione indossa una camicia rossa: come Babbo Natale, penso, come i Partigiani, dice sua madre. A Diego piacciono le costruzioni, cucinare dolci, le storie e la musica. La musica dei Sex Pistols e dei Rolling Stones, così, per dire. In un angolo della sala giace una batteria giocattolo rattoppata col cartone. Per ridurre il rumore, penso io, perché l’ha sfondata, dice sua madre. Allora Diego durante la cena, un po’ per necessità di attenzioni, un po’ per richiamo dell’anima, si mette a sbattere le mani su un cesto, a simulare un tamburo. Figurarsi, noi tutti entusiasti. Ha scelto il pubblico giusto, tra mamme adoranti, batteristi in disuso, una nonna che fa retromarcia col furgone, una pediatra e un pensionato giocherellone che coltiva mirtilli. Ma quella mossa mi smuove qualcosa dentro. Qualcosa che solo un clima completamente disteso, delle squisite polpette con carne marchigiana, formaggi e un po’ di vino, sanno creare.
Allora mentre Diego continua a dare ritmo al suo cuore di bambino, io sento dentro tutta la gentilezza, la cura e le attenzioni gratuite ricevute nel mio viaggio appena concluso. E non ci penso neanche un minuto di più. Esco di corsa, spinta da quella miccia che dall’Albania continua a bruciare, faccio le scale che portano al mio appartamento e la vedo, lì dove l’avevo lasciata. Diego ha 3 anni, due mamme, i capelli biondi e ha scelto di suonare la batteria. Ma è troppo piccolo, facciamolo cantare, dicono alla scuola di musica, ma dove sta scritto? dico io. Torno al piano di sotto con un sorriso smagliante, menzione speciale per il mio dentista, e una batteria in scala. Cioè una batteria vera, ma per bambini. I bambini che anche se hanno 3 anni scelgono di suonare la batteria. Non per forza di cantare. Ci mettiamo all’opera per montarla, io e Cristian. Come una poesia d’amore che si compie. Attraverso ogni forma riesca a raggiungere nel momento in cui un regalo ricevuto diventa un regalo donato. Il pubblico è sgomento, come nei migliori concerti in cui si sconvolge la scaletta. Diego adesso ha 3 anni, i capelli biondi, una camicia rossa come i Partigiani e una batteria nuova. Gli appartamenti non insonorizzati ci permettono di sentirlo suonare. Alle sette del mattino successivo. Ma anche alle cinque, tornato da scuola, e la sera, prima della storia della messa a letto. E scusate ma è più forte di me, quando lo sento io sorrido.

Ecco che questa storia, che doveva essere il messaggio a un’amica speciale dall’anima a forma di pentagramma, diventa un racconto. Ciò che immetti nel mondo in qualche modo ti viene restituito. […] non siamo fatti per la stanzialità a lungo termine, abbiamo bisogno di spostarci, di nutrirci di stimoli sensoriali, di sentirci in un eterno cammino, di muoverci nello spazio per stare più facilmente nel tempo.
Allora io oggi ho scelto come stare nel tempo. Ma continuerò a muovermi nello spazio.

Per Alice e Diego. Che spero si conoscano.