Siamo alla resa dei conti, forse. Chi stabilisce la fine? La resa? E chi paga il conto?
Basterebbe capirsi o, meglio, ascoltarsi. Ma in questo periodo gli occhi sono distratti, le orecchie coperte ed evidentemente il cuore lontano.
La pace di questo posto mi commuove ogni volta. Che poi pace non è, perché si sentono e si vedono tante voci. Si vedono voci camminare da sole, o accompagnate. Talvolta da un sorriso.
Osservo.
A volte invento le storie di queste voci. Nella mia testa, o sulla carta. Nessuno le legge. Neanche io.
Ma è divertente vestirsi da Sherlock e analizzare i dettagli. Bello parlare per metafore, ti metti addosso il mantello dell’invisibilità e sparisci in mezzo alla folla. Una folla di parole.
Fra poco rientro, e mi accompagnano grossi sospiri.
L’aereo sopra di me purtroppo non ha fatto scendere un raggio illuminato a catturarmi e portarmi via.
Quindi resto qua, a scrivere. Che è un po’ come parlare, ma con la penna.
Quanti nascondigli. Eppure la parte che preferivo quando da bambina giocavo a nascondino era la corsa sfrenata per arrivare per prima a gridare “tana”.
Un po’ libertà, un po’ rifugio.
In un’eterna dicotomia.
Passa un altro aereo. Ancora niente.
Forse è meglio rientrare.
Proviamo.
-sospira-