Mi impossesso di tutte le stazioni radio del mondo, contemporaneamente. Non vi spiegherò come. Microfono: a posto. La sedia: mi regge, per il momento. E voi gente, ci siete? In qualunque parte del mondo vi troviate io, Uomo della Radio, vi ho raggiunto. Non vi libererete di me finché non avrete ascoltato fino alla fine la mia storia. A meno che non spegniate la radio, s’intende. Ma non credo proprio lo farete. L’uomo è sempre stato l’essere più curioso, se poi si tratta dei fatti altrui…vi vedo già sfregarvi le mani e drizzare le orecchie. E oggi io appagherò la vostra sete da impiccioni.
Vi ho promesso che vi avrei raccontato la mia storia, ma perdereste presto l’attenzione. Quindi mi tocca fare una scelta. Vi racconto la mia storia d’amore. No, ne avete sentite troppe. Ma vorrei tranquillizzare i romantici, e i pettegoli: la tv compenserà nel migliore dei modi questa mia mancanza.
Vi racconto come sia arrivato a pesare 172 chili. O come poi ne abbia persi poco meno della metà. Ma anche in questo campo siete ferratissimi. Sempre merito delle interessantissime programmazioni tv.
Potrei parlarvi del mio lavoro. Se ne avessi uno. Depenno anche questo dall’elenco.
Bene, è rimasto un solo un argomento da trattare. Prestate attenzione, oppure tornate alle vostre noiose attività quotidiane. Ma sappiate che l’abitudine vi divorerà, e a quel punto non avrete più ancore di salvezza.
Posso cominciare.
Ho sempre amato perdermi. E ci sono sempre riuscito in maniera eccelsa. Mi perdevo gattonando da una stanza all’altra. Mi perdevo tra i vicoli della mia città. Mi perdevo, e anche abbastanza volentieri, andando a scuola. Mi perdevo per istinto, non per sbadataggine. Mi perdevo per scrivere, o per comporre. Ma chi voglio prendere in giro: sì, mi perdevo anche per sbadataggine, rettifico quanto sopra. Mi sono perso così tante volte che un giorno ebbi quella che si suole chiamare “una vera e propria illuminazione”. Avete presente quando nei cartoni animati si accende una lampadina sulla testa del personaggio? Ecco, è esattamente quello che successe a me.
Decisi di perdermi con coscienza. Di farlo quasi per lavoro, insomma. Di perdermi con l’aiuto della gente. E magari alcuni di voi, in ascolto, sono stati anche complici di questa “idea folle”, per citare mia madre. Che gran donna. Non deve essere stato facile avere un figlio come me. Ad ogni modo, le baciai la fronte prima di partire e, deciso cosa mettere nello zaino, mi avviai verso la stazione. Tranquilli, non mi sono perso andando in stazione: la strada da casa mia era dritta per circa un chilometro. Arrivato in stazione avrei dovuto decidere la mia prima destinazione, quella che avrebbe dato il via alla serie di “smarrimenti”, per così dire. Mi avvicinai quindi a uno di quegli aggeggi di ultima generazione che, pieni di ditate zozze, aiutano i non-tecnologici come me ad acquistare un biglietto. E vi tranquillizzo ancora, è stato l’unico che ho comprato: da qualche parte dovevo pur cominciare. Chiusi gli occhi, e premendo a caso sullo schermo scelsi la mia destinazione. Naturalmente non vi dico quale fu, o perderei anche così la vostra attenzione. Salito sul treno controllai di aver preso tutto il necessario: una manciata di soldi per la sopravvivenza, un maglione, una coperta, qualche indumento intimo per la cambiata, un pantalone, e la cosa più importante, le mie compagne di vita da quando ho più o meno tre anni, le mie bacchette. No, non quelle per mangiare cinese. Naturalmente quelle per suonare la mia batteria. Ah, la mia batteria. Quanto ho sofferto a lasciarla a casa. Ma capirete più in là come ho sopperito (ovviamente solo in parte) alla sua mancanza. Era un martedì piuttosto soleggiato, quello in cui partii. Il viaggio in treno fu…non ricordo come fu perché dormii tutto il tempo, sono sincero. Comunque sia, una volta raggiunta la meta, ed era la prima volta per me che raggiungevo proprio quella meta, rimasi estasiato dai colori incredibili di cui la natura l’aveva tinta in quel periodo. Il mio entusiasmo alla vista di quello spettacolo, potete ben capirlo, arrivò alle stelle, convincendomi di aver fatto la scelta giusta. Camminai tanto. Forse troppo. Ma distratto dal paesaggio non accusai nessuno dei chilometri che poi mi accorsi di aver percorso. Giunto in un punto piuttosto affollato della città, notai una dolce vecchina dai capelli perlati raccolti in un fazzoletto di stoffa dai colori sgargianti, che portava una grossa, e suppongo anche pesante, cassetta di frutta sulla testa. Sembrava sfilare come una delle migliori modelle. Il fisico non era quello, naturalmente, ma non potei fare a meno di andarle vicino. “Posso darle una mano, signora?”. Nell’istante in cui si voltò a guardarmi mi colpirono due occhi color ghiaccio, un po’ inumiditi, probabilmente dal tempo. “Tranquillo giovanotto. Piuttosto se vuoi posso caricare anche te sulla cassetta.”. E ancora adesso sono convinto che se avessi accettato l’avrebbe fatto sul serio. Scoppiammo a ridere entrambi e senza accorgercene stavamo camminando insieme. Avrebbe potuto essere mia nonna. E in un certo senso lo fu. Lei arrivò a casa sua, e con mia grande sorpresa, senza conoscere neanche il mio nome, mi invitò ad entrare. Avete presente la classica casetta un po’ povera presente in ogni fiaba che si rispetti? Mi si materializzò davanti agli occhi. Trasportatela negli anni duemila, e ora avete l’immagine esatta di quello che trovai io. La simpatica vecchina, come avrebbe fatto qualunque nonna con i suoi nipoti, si apprestò a sottolineare la mia magrezza, chiedendomi tra l’altro, sempre senza sapere il mio nome, da quanto tempo non toccavo cibo. Signori, ero un ragazzone di un metro e novanta con circa centoventi chili addosso. Ma lei mi vedeva “sciupato”. E così sia. Mi porse una tazza di orzo bella calda e dei biscotti che, mi disse, aveva preparato la mattina stessa. Sorseggiando e chiacchierando si fece ora di cena. La nonnina, che ormai conosceva la mia storia, non si fece alcun problema nell’invitarmi a passare lì la notte. Con gli occhi spalancati per la sorpresa della sua ospitalità, non potei far altro che accettare. Nel frattempo era tornato a casa dai campi il marito della vecchina. Avranno avuto pochi anni di differenza. Anche lui sfoggiava una chioma perlata, ma al contrario di sua moglie aveva due occhi che più neri non si può. Non sembrava sorpreso di trovare un perfetto sconosciuto in casa. Evidentemente la nonna era pratica di raccattare viandanti come me. La serata si concluse nel migliore e più inaspettato dei modi: in musica. Scoprii presto che il nonno era un abile quanto accanito cordofilo, maestro in ogni strumento a corda fosse presente in quella casa. E vi assicuro, cari ascoltatori, che ce n’erano veramente tanti. Si divertì a farmeli ascoltare tutti, e, preso un secchio di plastica, lo accompagnai ogni volta con un ritmo diverso. Io sorpresi lui almeno quanto lui sorprese me. Non per vantarmi gente, ma me la cavavo piuttosto bene. E tuttora me la cavo, quindi se avete bisogno di un batterista per il vostro gruppo…ehm, no, sto perdendo il filo. Tornando a noi, suonando e scherzando si fece notte fonda. Fu ora di andare a dormire. La mattina seguente mi svegliò l’odore di caffè più gradevole che abbia mai accarezzato le mie narici. Il nonno era già partito per un’altra giornata nei campi, la nonna era affaccendata in casa aspettando che mi svegliassi. Feci colazione: ormai ero praticamente a casa mia. Avvertita la nonna che sarei uscito senza sapere quando sarei tornato, ma che sicuramente l’avrei fatto, mi incamminai senza meta. Altri paesaggi mozzafiato, altri colori splendenti accompagnarono la mia passeggiata. Arrivai in un paese lì vicino e non potei fare a meno di essere attratto dal suono soave di un violino. C’era, appoggiato al muro di un vecchio palazzo, un giovane di bell’aspetto, dai vestiti sgualciti, che incantava un gruppo di persone con la sua musica. A terra la custodia del suo violino accoglieva pochi spiccioli. Si accorse delle bacchette che spuntavano dal mio zaino e mi fece un cenno con la testa. Un invito. Potete bene immaginare che non tardai un secondo a raccoglierlo. E in pochi minuti mi trovai a ritmare la sua melodia battendo su un pezzo di legno trovato per caso lì vicino. Finito lo spettacolo, pochi secondi di applausi, e ognuno tornò ai propri interessi. Rimasi solo col giovane, avrà avuto su per giù la mia età. Mi offrì una sigaretta. Fumammo insieme e così conobbi parte della sua storia. Mi invitò a seguirlo per altri paesi. Eravamo un duo piuttosto strambo e sgangherato, contando soprattutto che io non avrei potuto portare con me il pezzo di legno che aveva funto da batteria. Ma avrei trovato altro. Questa storia andò avanti per qualche giorno, con soddisfacenti proventi, o quanto meno sufficienti ad una decente sopravvivenza. Per quanto riguarda le notti, ci accontentammo di dormire su panchine o gradini. Dopodiché, quello che era diventato il mio compagno di viaggio decise di tornare a casa, perché anche lui, come me, effettivamente una casa ce l’aveva. Di nuovo solo percorsi strade, attraversai paesi, e in quel periodo il mio perdermi mi sembrava la scelta migliore che avessi fatto. Riuscii a tornare dai nonni, ma solo per salutarli definitivamente, o quasi. Come ogni separazione, o partenza che si rispetti, ci furono lacrime. Tante lacrime. Rimessomi in viaggio, tra passaggi e camminate, percorsi migliaia di chilometri. Conobbi persone meravigliose, e non. Assaggiai prelibatezze e mi accontentai di scarti. Ma una cosa non mancò mai, e con mai intendo neanche per un solo giorno. La musica. Ancora adesso, ascoltatori cari, sostengo che perdermi sia stato il miglior modo per apprendere e ascoltare tanta ma tanta musica, che se mi si tappassero le orecchie avrei la riserva di melodie e ritmi, nella testa, per il resto della mia vita. Giunse il momento di rientrare anche per me. In qualche modo riuscii a raggiungere casa mia, dove mia madre mi accolse prima con un bel ceffone, e poi con l’abbraccio più dolce che una madre potesse dedicare al proprio figlio. Naturalmente il ceffone me lo ero meritato, dato che ero stato via per più di cinque mesi. Si concluse quindi il mio viaggio.
Ma devo confessarvi una cosa, voi pochi superstiti che siete ancora in ascolto.
Un viaggio c’è stato. E non è stato il mio.
Appena sono partito “da casa”, voi siete partiti con me. Avete goduto degli stessi paesaggi. Avete conosciuto i nonni e vi è dispiaciuto separarvi da loro. Avete ascoltato il suono di un giovane violino. Avete tenuto il tempo con me. Avete assaggiato le stesse prelibatezze e vi siete accontentati degli stessi scarti di cui mi sono accontentato io. E sì, avete sentito anche voi la cinquina di mia madre, o della vostra, sulla guancia.
A questo punto starete imprecando per il tempo perso oppure mi starete ringraziando per il viaggio che vi ho regalato. Ho voluto mandarvi un messaggio. Scordarsi per un momento, nell’arco della giornata, di tutto e tutti, non ha mai ucciso nessuno. Basta chiudere gli occhi, come molti di voi avranno fatto ascoltandomi, e partire. Senza meta. Senza ripensamenti. Senza catene.
Vi saluto, ascoltatori, viaggiatori. Non dimenticate mai di farvi accompagnare da un giusto sottofondo musicale.
Il vostro Uomo della Radio.