Quel tipo stamattina è tornato da me. Sempre profumato fino alla nausea. Sempre in giacca e cravatta. Sempre pronto a prendermi a calci per l’avarizia di non farmi intascare una stupida monetina. Ma che problemi hai?

Mi sembra di non fare del male proprio a nessuno.

Provate a chiedere a Clara. La ragazzona della contabilità che quando può, senza che nessuno la veda, corre ad abbracciarmi. Suppongo sia solo una strana ossessione, altrimenti dovrei cominciare a preoccuparmi. Fatto sta che da quando la conosco, e saranno passati circa sei anni, avrà dato più monete a me che ai suoi figli. Come faccio a sapere che ha dei figli? Portò da me anche loro un giorno.

E sì, perché prima o poi nella vita ognuno ha bisogno di me. O quanto meno, usufruisce dei miei servigi. Sono pronto a qualunque ora del giorno ad accontentarvi, signori miei. Per quel che posso offrire, logicamente.

C’è ad esempio quella ragazza magrolina, aspettate, com’è che si chiama? Louise, ecco sì. Bene, è venuta un giorno da me borbottando qualcosa riguardo alle calorie che ogni giorno la gente ingurgita a causa mia. Ha continuato ad insultarmi per quasi venti minuti. Mi ha riversato addosso tutta la sua frustrazione per aver scelto di essere vegana. Bel problema potersi cibare solo di erbe. Ma di certo non un mio problema! Si rischia di diventare verdi. Purtroppo io questo non ho potuto dirglielo. Mentre lei ha continuato a ripetere, dal primo momento in cui ha messo piede in questo edificio, che prima o poi avrebbe vinto la sua battaglia per sostituire le mie cibarie con barrette biologiche ed esclusivamente vegetali. Avrei voluto dirle che l’uomo è nato predatore, come più o meno ogni animale, non brucante. Ma il mio sistema operativo non è così avanzato da permettermi di parlare. E forse è un bene.

Ah, dovete scusarmi ma in tutto questo trambusto ancora non mi sono presentato, e non so quanti di voi abbiano capito chi sia. Bene, sono “la macchinetta delle merendine”, distributore di snack, per i meno provinciali, di questo edificio. Al vostro servizio, signori.

Il mio è un punto di vista che nessuno mai considera, ma vi assicuro che ne ho viste e ogni giorno ne vedo delle belle. Potrei parlarvi per ore di ognuno dei miei clienti, perché vi assicuro che come li conosco io ben pochi li conoscono. Un distributore di snack non è mai solo “un distributore di snack”. È un punto di ritrovo, una risorsa, un amico, sì, anche un amico. E, non lo immaginereste mai, anche un’ispirazione. Se avessi il petto mi si sarebbe gonfiato in questo momento.

C’è una giovane che bazzica da non molto nell’edificio, fa parte dell’impresa di pulizie. Avrà poco più di vent’anni. Esile, un po’ pallida ma con due occhioni verdi che non smetteresti di guardare per giorni. Ad ogni modo, Jen, questo il suo nome, dopo aver terminato il suo turno si trattiene per quasi tre ore (di più non potrebbe altrimenti sarebbe costretta a dormire nell’edificio). Si siede accanto a me. Prende sempre lo stesso snack, un pacchetto di bastoncini croccanti ricoperti di cioccolato, rigorosamente al latte perché il fondente proprio non le piace. Prima di aprire il pacchetto tira fuori dal suo zaino malridotto, che porta sempre in spalla, un quadernetto e una matita. E poi fa una cosa davvero bizzarra, ma allo stesso tempo estasiante e a tratti geniale. Mette le cuffiette alle orecchie e le collega al suo lettore musicale. Spento.

All’inizio pensavo fosse solo un po’ svampita. Ma non puoi ripetutamente scordarti di accendere il lettore con le cuffie nelle orecchie. Ebbene col tempo ho capito che lo fa di proposito. Lascia il lettore spento e immagina la melodia per le sue canzoni. Questo l’uso che fa del suo quadernetto.

Scrive testi e compone canzoni.

Un giorno infatti una sua collega l’ha raggiunta consegnandole una chitarra e chiedendole di suonarla per lei. Monica ha più o meno la stessa età di Jen, capelli neri corti e occhi color cioccolato al latte (per l’appunto). Con un po’ di insistenza ha convinto la sua amica a suonare e vi assicuro, non perché io sia di parte, che è davvero talentuosa. Sarò anche un distributore di snack, ma non disdegno la buona musica.

Ad ogni modo, vi stavo parlando di questa curiosa coppia. Monica passa poco tempo dalle mie parti, lei si occupa dei piani alti. Ma appena può, si accovaccia accanto a Jen e legge le sue righe. Ho scoperto da non molto che la ragazza è muta. Sarà anche per questo che adora la musica, e in particolare la musica della sua amica. Ha un udito veramente eccellente, ve l’assicuro. Cosa ne so io? Beh, l’ho sempre sospettato, ma ne ho avuto la conferma quando è riuscita a sentire il rumore dei waffel che cuocevano, sì signori, il rumore, non l’odore, del carretto che aveva parcheggiato fuori all’edificio. All’improvviso ha spalancato gli occhi, ha guardato Jen per un secondo ed è corsa via. È tornata poco dopo con un paio di waffel caldi al cioccolato, uno per lei e uno per la sua amica: sapeva che Jen ne va letteralmente pazza. Si sono scambiate un sorriso e hanno affondato i denti in quel tripudio di cialda croccante e crema al cacao. Mi fecero venire l’acquolina ai meccanismi!
Più volte si è ripetuta la scena di Monica che chiede a Jen di suonare e l’ascolta estasiata. Ma nei loro occhi, capii subito (sì, sono molto perspicace!), c’era qualcosa che lasciava intendere ben più di un’amicizia.

Passò del tempo, quando un giorno Monica si avvicinò a me con fare lesto e furtivo, aveva tra le mani dei foglietti che assomigliavano a quei volantini pubblicitari che distribuiscono per strada o attaccano alle vetrine, e un rotolo di nastro adesivo. Me ne incollò uno addosso, ma prima riuscii a leggere di cosa si trattava. Jen avrebbe avuto un piccolo concerto acustico in un locale molto noto qui in città. Avessi avuto gli occhi mi sarebbe scesa una lacrimuccia per la commozione. Ma nonostante la mia gioia non palesata (per evidenti problemi tecnici), continuavo a chiedermi il perché di quella sua aria quasi clandestina. La risposta arrivò il giorno seguente. Jen si era assentata a causa di una leggera influenza e quando ritornò a lavoro Monica la portò da me, le teneva gli occhi chiusi con le sue manine da bambina, e quando glieli scoprì…sorpresa! Si sarebbe esibita la settimana successiva! Jen era visibilmente sconvolta, non riusciva a staccare gli occhi da quel volantino: c’era una sua foto con la chitarra, scattata stesso da Monica durante un (credo) pic-nic. Molto artistica devo dire. A quel punto non sapevo cosa aspettarmi: come avrebbe reagito? Che le avrebbe detto?

Non le disse niente, e le disse tutto.

Perché la baciò. Si tennero strette per vari secondi, gli occhi commossi di entrambe lasciarono scivolare sui volti pallidi lacrime di gioia che si mescolarono fra loro. Poi si sorrisero, e si chiusero in un abbraccio che sapeva dell’amore più sincero. Un amore rassicurante, vivo…caldo e profumato come quei waffel che a loro piacciono tanto.

I giorni che seguirono furono piuttosto frenetici, a causa della preparazione del concerto. Ma fu un vero successo.

Come faccio a saperlo? Beh, sono andato anch’io al locale! Ovviamente sto scherzando. Jen e Monica mostrarono i video dell’esibizione a tutti i colleghi, e io ho buttato l’occhio, per modo di dire. Da quel concerto le cose vanno alla grande, e come ogni storia d’amore che si rispetti, anche questa ha il suo lieto fine. Le ragazze sono ufficialmente (e felicemente) una coppia. A breve Jen pubblicherà un disco, ma vi dirò di più: poiché io ebbi un ruolo importante (mi si gonfierebbe nuovamente il petto!) nella composizione dei brani, in primis, e nel loro rapporto, essendo una sorta di rifugio per il loro amore, indovinate un po’ che nome avrà l’album?!? Eh già, si chiamerà, in mio onore, ci tengo a sottolinearlo (e ribadirlo), “Dispenser”. Che idea oltremodo geniale!

Con questo finale io vi saluto, signori. Che questo racconto sia servito a farvi guardare con occhi diversi anche gli oggetti: niente è veramente inanimato.